Nuove frizioni tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu sulla gestione della guerra contro l’Iran. Il presidente americano ha criticato apertamente gli attacchi israeliani contro le infrastrutture energetiche iraniane, rivelando di aver chiesto personalmente al premier israeliano di evitare raid contro impianti di gas e petrolio, ritenuti troppo rischiosi per l’equilibrio internazionale.

Parlando alla Casa Bianca accanto alla premier giapponese Sanae Takaichi, Trump ha spiegato di non essere stato informato in anticipo dell’attacco al giacimento di South Pars, uno dei più grandi al mondo. “Gli ho detto di non farlo”, ha dichiarato, sottolineando che, pur mantenendo buoni rapporti con Netanyahu, non sempre i due governi condividono le stesse scelte strategiche.

Le divergenze sono state confermate anche dalla direttrice dell’intelligence americana Tulsi Gabbard, secondo cui Stati Uniti e Israele hanno priorità diverse nel conflitto con Teheran.
Washington punta soprattutto a limitare le capacità militari iraniane e a evitare un’escalation regionale, mentre Israele sembra determinato a colpire direttamente infrastrutture strategiche e leadership del regime.

Netanyahu ha rivendicato l’autonomia dell’operazione contro South Pars, affermando che Israele ha agito da solo e respingendo le accuse di aver trascinato gli Stati Uniti nella guerra. Ha comunque assicurato che, dopo le richieste americane, non sono previsti nuovi attacchi contro il giacimento, a meno di nuove azioni iraniane contro Paesi del Golfo come il Qatar.

Dietro la prudenza americana c’è soprattutto la paura di un’esplosione dei prezzi del petrolio. Colpire impianti energetici iraniani potrebbe ridurre le forniture globali e provocare forti tensioni sui mercati, con effetti pesanti sull’economia mondiale e sulla politica interna statunitense.

Per contenere il rischio, l’amministrazione sta valutando diverse opzioni, tra cui l’allentamento di alcune sanzioni sul petrolio iraniano già in transito, nel tentativo di stabilizzare l’offerta e calmare i mercati.

Trump ha anche lanciato un avvertimento a Teheran: se l’Iran dovesse colpire nuovamente infrastrutture energetiche nel Golfo, gli Stati Uniti potrebbero reagire duramente, arrivando anche a distruggere il giacimento di South Pars.

Sul piano militare, il presidente ha cercato di ridimensionare le indiscrezioni sull’invio di soldati americani in Medio Oriente, pur senza smentire del tutto i piani del Pentagono. Secondo fonti di stampa, Washington starebbe valutando il dispiegamento di migliaia di militari per proteggere lo Stretto di Hormuz o per operazioni sull’isola iraniana di Kharg, snodo fondamentale per l’export petrolifero di Teheran.

Un eventuale intervento di terra, però, avrebbe costi elevati. Il Pentagono e la Casa Bianca stanno preparando una richiesta al Congresso di circa 200 miliardi di dollari per finanziare le operazioni militari. Una cifra che alimenta polemiche negli Stati Uniti, soprattutto in pieno clima elettorale.

Nonostante il fronte comune contro l’Iran, le differenze tra Washington e Tel Aviv restano evidenti. Gli Stati Uniti puntano a contenere il conflitto, mentre Israele sembra deciso a proseguire le operazioni fino all’indebolimento definitivo del regime iraniano.

Una divergenza che rende ancora più incerto l’esito della crisi e aumenta il rischio di un allargamento del conflitto in tutto il Medio Oriente.