Nubi scure, tempesta costante, la luce che non si vede in fondo al tunnel. Il piovoso secondo giorno del 2021 non scioglie nessuno dei nodi che, fino all’ultim’ora del 2020, imbrigliavano il premier Giuseppe Conte. Anzi, le posizioni si sono ulteriormente cristallizzate senza che nessuno dei due sfidanti, il capo del governo da un lato e Matteo Renzi dall’altro, abbia davvero una soluzione in tasca. Conte è sempre più vicino al bivio: andare al Quirinale da dimissionario dando vita ad un Conte-ter che certificherebbe un successo politico per Renzi o sfidare sorte e numeri in Aula. Con una certezza: l’ex premier in quel caso staccherebbe la spina. Sottotraccia, nel Pd e nel M5S è partita una moral suasion con l’obiettivo di dar vita ad un Conte-ter – con alcuni punti fermi nei ministeri chiave – e rilanciare l’azione politica della maggioranza, in una prospettiva di fine legislatura. Il Movimento, in queste ore, è in subbuglio. I contatti sono frenetici. Da un lato si lavora con il pallottoliere per vedere se davvero, in caso di showdown parlamentare, Conte abbia i numeri. Da un lato si valutano le alternative, prima fra tutte quella di un Conte-ter. «Se c’è la crisi come facciamo ad approvare il Recovery?», si chiede chi, nel Movimento, ha dimestichezza con il piano. C’è un dato, piuttosto evidente tra i 5 Stelle: come presidente del Consiglio «politico» non si vede alcuna alternativa a Conte. E in serata i senatori M5S si riuniscono in videoconferenza: all’Odg ci sono il Recovery e la ripresa dei lavori in commissione. Ma sullo sfondo a prevalere è la crisi politica del Conte-bis. Crisi che, ormai, nessuno, anche nel governo, nega più. «Conte viene in Aula. Accettiamo la sfida, se le nostre idee danno fastidio, andiamo all’opposizione», avverte Renzi. Mentre nel Pd la soluzione «responsabili» continua a mietere scettiscismo. «Non parlo con Toti da mesi e mai ho parlato con lui di ingressi in maggioranza», precisa il vice segretario Andrea Orlando smentendo alcune indiscrezioni di origine renziana. C’è anche molto tatticismo, nei rapporti tra Dem e Iv. Come quello che porta alcuni esponenti Pd ad esprimere, a taccuini chiusi, più di un dubbio anche sulla soluzione del Conte-ter. «E chi ci assicura che Renzi, così, la smetterà di attaccare il governo?», è la domanda che serpeggia. Tanto che, tra i Democrats, il voto comincia ad emergere come una delle conseguenze più praticabili in caso di crisi. Del resto, nel suo discorso di fine anno, il presidente Sergio Mattarella ha scandito come la «ripartenza» sarà il fulcro del suo ultimo anno al Quirinale. «Tradotto, potrebbe dire che il capo dello Stato, in caso di crisi, metterebbe in cassaforte l’ok al Recovery Plan, con un nuovo governo, ma con una prospettiva di elezioni nei prossimi sei mesi», è l’osservazione che viene fatta tra più di un parlamentare della maggioranza. Ed è una soluzione che non piace a molti, anche in Iv dove, assicura chi ha contatti con i gruppi renziani, non tutti seguirebbero il loro leader nella corsa alla crisi. Nel frattempo Conte accelera sul recovery Plan. Il Cdm per il via libera, previsto il 7 gennaio, potrebbe essere anticipato e lunedì, la bozza del documento verrà inviata a Palazzo Chigi. Sarà una bozza in cui la quota degli investimenti sarà aumentata, quella degli incentivi ridotta. Ed è una modifica che a Iv di certo piacerà. Ma le risorse non potranno essere utilizzate tutte per progetti supplementari rispetto a quelli in corsa: l’impatto sul deficit e sul debito, osservano al Mef, sarebbe troppo rischioso. Anche il Recovery Plan, tuttavia, in queste ore soggiace al bivio che Conte avrà nelle prossime ore. Mentre Giorgia Meloni lancia una raccolta di firme tra i propri militanti a sostegno della proposta di una mozione di sfiducia al governo Conte. Mozione che, al livello parlamentare, Fdi non ha i numeri per presentare. E sulla quale, finora, sia Fi sia Matteo Salvini hanno mantenuto il gelo.