Riflessioni amare su DM 77  e sulla situazione disperata delle Rsa

Qualcuno spieghi al governo che ospedale e territorio in questo modo finiscono per non incontrarsi mai. E che una interpretazione lacunosa e parziale del concetto del Long Term Care fa solo ulteriori danni. Ancora, il distacco tra norma e realtà.  Nel documento non si parla delle Residenze Sanitarie Assistite e dei loro 350mila ospiti non autosufficienti. Cancellati anche loro. Vogliamo parlare dell’infermiere di comunità? Ne servirebbero 20mila, dove li troveranno?

 

Di Giulio Terzi

Con una sanità votata esclusivamente ad una razionalizzazione fine a se stessa e al risparmio ad ogni costo siamo arrivati a sfiorare un punto di non ritorno. Sulla sanità bisogna investire, non risparmiare, questo concetto non è ancora stato ben digerito ma almeno si è deciso che per recuperare è necessario ragionare in termini di territorio (per inciso si sono passati gli ultimi anni per smantellare piccoli ospedali e strutture vicine alla “gente”)  e oggi con il Pnrr si programmano a pioggia case di comunità, ospedali di comunità, case della salute e simili. Ma alcune osservazioni si impongono. Con la riforma dell’assistenza, il DM 71 (divenuto ora DM 77, noto soltanto agli addetti ai lavori, la vulgata non è stata data in pasto all’opinione pubblica) si sancisce il distacco definitivo tra assistenza ospedaliera ed assistenza territoriale: dovrebbero essere non due luoghi (ospedale e territorio, cioè tutto quello che non è ospedale) ma due momenti dell’assistenza, la fase cronica della malattia, che dura anni, che necessita di cure a bassa intensità ma di lungo periodo, e l’assistenza alla fase acuta, ad alta intensità e di breve durata. Su questo gli estensori del documento tirano via. Ricordiamo  che in inglese l’assistenza territoriale viene meglio definita con il termine LTC , Long Term care,  ad evidenziare la sua caratteristica fondamentale, cioè la durata, e non il luogo. Lo hanno capito le assicurazioni private, il ministero della salute  e le regioni zoppicano. Abbiamo messo i due settori in due DM diversi, come a sottolinearne la sostanziale separazione. Poi nel contenitore della assistenza territoriale abbiamo messo le case di comunità (che sostituiscono le fallimentari case della salute, conservandone l’impostazione) e gli ospedali di comunità (che sono semplicemente quelle correttamente, fino a qualche tempo fa, indicate come  UDI – unità di degenza infermieristica) ingenerando aspettative ed attese nelle comunità locali, appunto, che credono trattarsi della riapertura dei vecchi, piccoli ospedali periferici.

Nulla di tutto ciò : considerando che il problema oggi avvertito come più drammatico è l’intasamento dei Pronto Soccorso, noi dedichiamo le risorse all’UDI, che accoglie pazienti a bassa intensità, in dimissione e prima di essere avviati a domicilio. Cioè invece di selezionare e ridurre il flusso improprio di pazienti in entrata, che congestiona i Pronto soccorso, poniamo le risorse sui flussi in uscita, creando una ulteriore struttura/contenitore diaframma tra ospedale e casa. Messo così il discorso è di una semplicità imbarazzante. Un controsenso. Ma è quello che è stato deciso.

Qualcuno potrebbe pensare che si voglia ostacolare il buon funzionamento degli ospedali, disperdendo risorse su iniziative inutili. E magari avrebbe ragione. Perchè cambiare nome all’UDI ? Per far credere che si stiano avviando nuovi servizi sul territorio, mentre si tratta solo di una illusione? Obiezione pertinente.  Nell’UDI  la presenza dei medici è solo per qualche ora al giorno, senza diagnostica strumentale (leggasi Radiologia) nè di laboratorio, quindi con nessuna capacità diagnostica, senza accettazione diretta. Nello stesso modo per garantire il funzionamento delle Case di comunità non ci saranno nuovi medici, ma la riforma prevede il trasferimento coatto dei medici di base dal loro studio, per garantire i servizi diurni, mentre il servizio notturno e festivo sarà garantito, come al solito, dalla Guardia medica (anzi, scusate, dai medici di continuità assistenziale) servizio già oggi largamente insufficiente e sottodimensionato. Infine un tassello curioso, grottesco:  in relazione allo straordinario aumento dei fatturati durante la pandemia, a fronte dei servizi resi per la inefficienza di tutti gli altri, le farmacie, dove non c’è nè un medico nè un infermiere, diventano presidi sanitari del territorio, dai quali far partire i servizi di prossimità, la telemedicina, l’assistenza domiciliare.

E veniamo alle RSA, strutture sempre presidiate da personale sanitario. Ebbene sono sparite dal DM, e quindi l’assistenza ai 350.000 ospiti non autosufficienti non è ritenuta parte del sistema. Perché? Non si sa, non si capisce. Resta una enorme area grigia. Esistono ma non sono conteggiate, sono l’ultimo bastione al caos della assistenza ad una terza età non autosufficiente che cresce con progressione geometrica ma non hanno diritto di cittadinanza. Ultima perla, l’infermiere di comunità (o di famiglia, per affiancarsi al medico di famiglia): uno ogni 3.000 abitanti. Ne servirebbero, quindi, circa 20.000, oltre a quelli per rendere operativi gli ospedali e le case di comunità e l’assistenza sanitaria domiciliare di cui si è appena parlato, per coprire le carenze di personale dei servizi attuali: in totale circa 200.000 che mancano all’appello. Dove li troveremo ? E i medici per la valutazione unica di tutti gli ultraottantenni ? Più che di riforma sembra un grandissimo bluff . Un disastro annunciato, per il quale spenderemo decine di miliardi. A debito.