Una emergenza crescente di cui nessuno ha il coraggio di parlare. In alcuni quadranti cruciali del traffico capitolino stanno rendendo la vita impossibile a centinaia di migliaia di automobilisti senza portare alcun beneficio al traffico e alla collettività. Situazioni oltre il limite della tollerabilità a Monteverde, sulla Tuscolana, a San Giovanni, in via Gregorio VII. Errori clamorosi di impostazione dei quali nessuno si assume la responsabilità, violenze inammissibili al buon senso. In parte sono soldi Ue, in parte pagano i romanj per un disservizio istituzionalizzato. E quasi nessuno ha il coraggio di sfidare la lobby dei biciclettari e degli ambientalisti.

 

Di Paolo Dordit

 

Diciamo le cose come stanno. Siamo di fronte ad una emergenza silenziosa ma crescente di cui nessuno ha il coraggio di parlare. Perché  il coraggio di sfidare la lobby dei biciclettari e degli ambientalisti se uno non ce l’ha non se lo può inventare. E non ce ne vogliano i patiti delle due ruote, rispettabilissimi. Il problema non sono loro ma chi amministra malamente la capitale, con una forzatura ideologica che non tiene conto della logica e del buon senso. Parliamo delle piste ciclabili, un fenomeno che a Roma sta diventando un incubo. E che esaspera centinaia di migliaia di automobilisti, ogni giorno. Come se non bastasse lo stress quotidiano di vivere in mezzo ad un traffico confuso, caotico, che ti fa saltare i nervi.

Quando si parla di forzatura ideologica lo si dice a ragion veduta. Un conto è godere degli spostamenti in bicicletta in una cittadina di provincia della pianura padana, piatta e senza ostacoli o anche nel cuore di una Milano ordinata e organizzata. Un conto è riempire le strade della capitale ( i sette colli non vengono citati a caso, l’intera città è un saliscendi acclarato) di corsie riservate alle due ruote  strappando metri alle carreggiate normali già intasate dal traffico e limitate da decine di migliaia di auto parcheggiate in seconda fila senza che nessuno intervenga a multare, a sanzionare, a rimuovere.  Con la insopportabile frustrazione di vedere quelle strisce di asfalto colorato percorse da pochi, pochissimi ciclisti intossicati dai tubi di scarico delle automobili che mordono il freno in coda a poche decine di centimetri di distanza.
Che senso ha tutto questo? La forzatura ideologica, al di là della cultura ecologista estrema consiste in una operazione che dovrebbe costringere i romani ad abbandonare le auto sotto casa e a prendere i mezzi pubblici o le salutari due ruote. Operazione in perdita netta, perché senza un servizio pubblico efficiente non c’è spazio per questo tipo di utopie. Non è così che si combatte l’inquinamento. Le lunghe code delle automobili costrette a passo d’uomo l’inquinamento lo aumentano.

Ma ci sono i soldi della Ue a disposizione per finanziare le ciclabili. E quindi bisogna usarli. Senza contare che alcuni irriducibili amministratori locali programmano piste a destra e a sinistra anche fuori da questa copertura finanziaria. Con delle scelte avventate, astruse, fuori da ogni logica che creano difficoltà anche dove difficoltà potrebbero non esserci. E viene voglia di stanare dai loro uffici questi personaggi che decidono la sorte di centinaia di migliaia di persone e di metterli in una macchina o perché no, ancbe sul sellino di una bici per vedere nel concreto l’effetto che fa.
In alcuni quadranti cruciali del traffico capitolino tutto questo rende  la vita impossibile a centinaia di migliaia di automobilisti senza portare alcun beneficio al traffico e alla collettività. Situazioni oltre il limite della tollerabilità a Monteverde, sulla Tuscolana, a San Giovanni, in via Gregorio VII. Errori clamorosi di impostazione dei quali nessuno si assume la responsabilità, violenze inammissibili al buon senso. In parte sono soldi Ue, si diceva, ma in parte pagano i romanj per un disservizio istituzionalizzato. E quasi nessuno ha il coraggio di sfidare la lobby dei biciclettari e degli ambientalisti. Vogliamo parlare delle ciclabili appena realizzare di fronte al Forlanini, letteralmente demenziali per l’effetto che hanno sulla viabilità? O quelle che si stanno realizzando davanti ad uno degli ingressi del San Camillo? E quelle che tengono in scacco un pezzo della Portuense. Che mandano in tilt il traffico sulla Tuscolana, e sulla Gregorio VII?  Lasciamo ai sognatori i progetti che parlano della ciclabile infinita per collegare Roma a Ostia, o del Grab, una sorta di anello stradale concepito per le due ruote, o del collegamento via pista ciclabile delle stazioni ferroviarie romane. Basterebbe un po’ di equilibrio. Ma chi governa Roma in questi anni di equilibrio non ne ha dimostrato molto.