Il conflitto tra Stati Uniti e Iran potrebbe avvicinarsi a una svolta. Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che la guerra è “quasi finita” e che un accordo con Teheran potrebbe essere raggiunto entro la fine del mese, in vista della scadenza della tregua fissata per il 21 aprile.

Nonostante l’ottimismo, Washington continua a mantenere alta la pressione: Trump ha infatti deciso l’invio di altri 10.000 soldati nella regione, segnale della volontà di accelerare i negoziati e ottenere concessioni rapide dalla Repubblica Islamica.

Parallelamente, anche da Teheran emergono segnali di apertura. Secondo fonti diplomatiche, l’Iran avrebbe proposto di garantire il passaggio sicuro delle navi nello Stretto di Hormuz, almeno sul lato omanita, riducendo uno dei principali punti di tensione internazionale. Restano tuttavia centrali i nodi legati al programma nucleare iraniano e alla sicurezza della navigazione.

I contatti tra le due parti, mediati da attori internazionali, proseguono intensamente. Un nuovo round di negoziati potrebbe tenersi già la prossima settimana, con Islamabad tra le possibili sedi, anche se dettagli definitivi non sono ancora stati annunciati. Gli Stati Uniti dovrebbero partecipare con una delegazione di alto livello, inclusi esponenti vicini alla Casa Bianca.

Nel frattempo, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito che il suo Paese non cerca lo scontro, ma non accetterà pressioni che ne compromettano la sovranità. Una posizione che evidenzia come il negoziato resti complesso, nonostante i segnali di possibile convergenza.

Anche la Cina si conferma un attore rilevante nello scenario diplomatico. Pechino ha espresso sostegno ai negoziati in corso, negando però qualsiasi coinvolgimento militare a favore di Teheran, mentre mantiene contatti costanti con entrambe le parti.

Dietro l’accelerazione impressa da Trump si intravedono anche motivazioni politiche interne. Il presidente deve fare i conti con un calo nei consensi, le critiche di parte della base repubblicana e il vincolo legislativo che impone l’autorizzazione del Congresso per operazioni militari superiori ai 60 giorni. Una scadenza che si avvicina e che spinge la Casa Bianca a chiudere rapidamente il dossier iraniano.

Non è escluso, infine, che una volta conclusa la crisi con Teheran, l’amministrazione americana possa spostare l’attenzione su altri scenari internazionali. Tra questi, secondo indiscrezioni, figura anche Cuba, per la quale il Pentagono starebbe già valutando possibili opzioni operative.