Nonostante gli appelli della comunità internazionale e gli avvertimenti lanciati anche da Stati Uniti, Italia e ONU, il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu ha approvato 19 nuovi insediamenti in Cisgiordania, portando a 69 il totale delle colonie autorizzate negli ultimi tre anni. Una decisione che accelera un’espansione giudicata illegale dal diritto internazionale e che rischia di compromettere ulteriormente la fattibilità di uno Stato palestinese.

Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, esponente dell’ala più radicale del governo, ha esultato definendo l’avanzamento degli insediamenti un “record” e sostenendo che l’obiettivo sia “far tornare il popolo di Israele nella propria terra” e impedire la nascita di “uno Stato terrorista palestinese”. Il piano include anche la riapertura di quattro colonie evacuate nel 2005 nell’ambito della legge sul “disimpegno”.

Le nuove autorizzazioni sono state approvate dal gabinetto di sicurezza, mentre la comunità internazionale, almeno nell’immediato, ha reagito con silenzio. L’annuncio arriva in un contesto di crescente violenza: a Gaza, secondo fonti locali, tre civili sono stati uccisi in attacchi di droni israeliani, mentre altre tre donne sono morte nel crollo di un edificio danneggiato. In Cisgiordania, l’esercito israeliano ha ucciso un 16enne e un 22enne, sostenendo che avessero attaccato i soldati; nelle 24 ore successive sono stati segnalati nuovi scontri tra coloni e residenti palestinesi con vari feriti e arresti.

La decisione del governo Netanyahu rischia di far deragliare i negoziati per la de-escalation e mette in luce, ancora una volta, quanto fragile sia la tregua tra Israele e Hamas in vigore da ottobre. Il clima nella regione resta estremamente teso e lontano da qualsiasi prospettiva di pacificazione.