Dopo 21 giorni di detenzione nel famigerato carcere di Evin a Teheran, Cecilia Sala, giornalista e podcaster italiana, è finalmente tornata in libertà. Nella puntata del suo podcast Stories, condotto da Mario Calabresi, Cecilia ha condiviso i dettagli della sua esperienza, tra angosce, paure e speranze.

Cecilia Sala era stata arrestata il 19 dicembre in un hotel di Teheran durante un viaggio di lavoro. Nonostante non le siano mai stati comunicati i motivi ufficiali della detenzione, la giornalista sospetta che il suo arresto fosse legato al caso di Mohammad Abedini Najafabadi, un ingegnere coinvolto in una complessa vicenda di spionaggio.

Durante i primi giorni di detenzione, Cecilia è stata tenuta in isolamento, senza occhiali, libri o penna. Le condizioni erano dure: una luce al neon sempre accesa, una piccola finestra da cui filtrava un raggio di sole e la mancanza di un materasso o cuscini. “Il silenzio era il mio nemico”, ha raccontato, spiegando come i momenti di gioia fossero rari, ma preziosi: “Ho riso solo due volte, quando ho visto il cielo e quando ho sentito un uccellino fare un verso buffo”.
La svolta è arrivata il 7 gennaio, grazie al lavoro della diplomazia e dell’intelligence italiane. Le condizioni di Cecilia sono migliorate: è stata trasferita in una cella più grande con un’altra detenuta, Farzanè, con cui ha instaurato un legame profondo. La liberazione è giunta inaspettata il 9 gennaio: “Quando mi hanno detto che sarei stata libera, non ci ho creduto”, ha confessato.

L’abbraccio con i suoi cari all’aeroporto, tra cui il compagno Daniele Rainieri, ha segnato la fine di un incubo. Anche la premier Giorgia Meloni ha espresso la sua gioia, definendo la giornata “bella per l’Italia intera” e ringraziando tutti coloro che hanno contribuito al risultato.
Nel suo racconto, Cecilia ha ripercorso i giorni di interrogatori quotidiani e le sue paure più profonde: “Non mi hanno mai minacciata, ma pensavo che avrebbero potuto uccidermi”. Tuttavia, nonostante il trauma, l’amore per l’Iran rimane intatto: “Continuerò ad amare quel Paese nella sua complessità, anche se non credo di poterci tornare”.

Cecilia ha concluso con una riflessione profonda: “Sono felice di essere a casa, ma provo anche un senso di colpa verso chi è ancora detenuto”. Un pensiero rivolto a coloro che continuano a lottare per la libertà in un Paese segnato da conflitti e repressioni.