Il Libano scivola in una nuova fase di escalation militare e politica, mentre il conflitto tra Israele e Hezbollah continua a intensificarsi e si riflette negativamente anche sui negoziati diplomatici internazionali. Negli ultimi raid israeliani nel sud del Paese sono morte almeno una dozzina di persone, secondo il ministero della Sanità di Beirut, aggravando un bilancio già in rapido aumento.
La situazione sul terreno si intreccia con il difficile percorso verso un possibile cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che non sottoporrà al governo l’ultima proposta di tregua finché Hezbollah non ne avrà accettato le condizioni, ribadendo che la decisione resta sospesa a causa del rifiuto della milizia filo-iraniana. Hezbollah, dal canto suo, continua a chiedere il ritiro completo di Israele dal territorio libanese come prerequisito per qualsiasi accordo.
Nel dibattito politico regionale si inserisce anche il Libano istituzionale. Il presidente del Parlamento Nabih Berri, alleato di Hezbollah, ha aperto alla possibilità di un ritiro del movimento dal sud del Paese solo in caso di una tregua globale e del ritiro israeliano. Più duro il presidente libanese Joseph Aoun, che ha accusato l’Iran di utilizzare il Libano come leva nei negoziati con gli Stati Uniti, denunciando come la popolazione stia pagando il prezzo delle dinamiche regionali.
Anche sul piano internazionale cresce la pressione diplomatica. L’Unione Europea ha chiesto a Hezbollah di rispettare gli accordi per permettere la ripresa dei negoziati, invitando entrambe le parti a cessare immediatamente le ostilità. L’Italia, attraverso il ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha rilanciato l’ipotesi di un maggiore coinvolgimento europeo in una futura missione di stabilizzazione nel Paese, sul modello Unifil.
Sul campo, però, la violenza continua. Oltre alle vittime dei raid a Tiro e in altre località del sud, si registrano nuovi sfollamenti forzati, come quello da Anqun, dove centinaia di famiglie hanno lasciato le proprie case dopo un ordine di evacuazione israeliano. L’esercito di Tel Aviv ha inoltre rivendicato l’uccisione di un comandante di Hezbollah responsabile della produzione e del posizionamento di ordigni esplosivi.
Hezbollah ha risposto dichiarando di aver colpito a sua volta unità militari israeliane nel sud del Libano, in un quadro di scontri sempre più diffusi lungo il confine.
Nel frattempo, le Nazioni Unite hanno lanciato un nuovo appello per incrementare gli aiuti umanitari al Paese di oltre 350 milioni di dollari, avvertendo che i bisogni della popolazione libanese stanno crescendo rapidamente a causa dell’escalation del conflitto.
Il Libano si trova così al centro di una crisi che unisce guerra sul campo, tensioni regionali e fragilità politica interna, mentre le prospettive di una de-escalation restano ancora lontane.










