L’accordo politico sulla manovra economica è stato raggiunto e i saldi sono ormai definiti, ma resta aperta la questione del contributo straordinario richiesto alle banche. I contatti tra il Ministero dell’Economia e gli istituti di credito proseguiranno per tutto il weekend, con l’obiettivo di chiarire l’impatto effettivo delle misure in arrivo.
Le banche attendono di esaminare il testo definitivo della legge di bilancio, atteso in Parlamento per lunedì 20 ottobre, anche se non si esclude un lieve slittamento. Solo dopo la pubblicazione del testo sarà possibile un nuovo confronto tra il Mef e l’Abi, che al momento non ha ancora preso una posizione ufficiale.
Intanto il leader della Lega Matteo Salvini torna a fare pressione sui grandi istituti, giudicando “incredibile” che si lamentino per un contributo “doveroso e ragionevole”, destinato a finanziare sanità e pace fiscale. La manovra 2025, del valore complessivo di 18,7 miliardi di euro, è stata definita dal governo come “leggera ma mirata”. Gli interventi principali riguarderanno famiglia e natalità, riduzione delle tasse, sostegno alle imprese e rafforzamento del sistema sanitario.
“La priorità è concentrare le risorse su ciò che conta davvero per gli italiani, mantenendo la rotta della responsabilità finanziaria”, ha ribadito la premier Giorgia Meloni.
Tra le novità, spicca l’aumento della flat tax per i “Paperoni” che rientrano in Italia: la tassa passa da 200mila a 300mila euro, mentre per i familiari sale da 25mila a 50mila euro.
La Cgil critica la scelta del governo di limitare la detassazione degli aumenti contrattuali ai redditi fino a 28mila euro. Secondo il sindacato, la misura è “sostanzialmente irrilevante” per chi guadagna poco più di tale soglia: “Per un lavoratore con 30mila euro annui vale appena 3 euro al mese”, ha commentato il segretario confederale Christian Ferrari, che ha inoltre denunciato l’effetto del fiscal drag, costato “25 miliardi di euro a lavoratori e pensionati tra il 2022 e il 2024”.
Non trovano conferma, invece, le voci su un incremento delle risorse destinate al rinnovo dei contratti pubblici di scuola ed enti locali.
Resta ancora da definire nel dettaglio il contributo del settore bancario, composto da un mix di misure congiunturali e strutturali. In particolare, fa discutere il meccanismo che riduce dal 40% al 27,5% l’aliquota per svincolare la quota di utili accantonata a riserva nel 2023, pari a 6,2 miliardi. L’intervento, che dovrebbe generare 1,7 miliardi di entrate — di cui 1,3 dai nove maggiori istituti — è formalmente volontario, ma prevede un aumento progressivo dell’aliquota fino al 40% entro il 2029 per chi non aderirà subito.
Un sistema che molti nel settore definiscono un “obbligo mascherato”. “La modalità è volontaria, ma non la sostanza”, ha osservato Lando Maria Sileoni, segretario generale della Fabi.
Le grandi banche sembrano rassegnate all’impostazione del governo, mentre a rischiare di più sarebbero gli istituti medio-piccoli, più esposti agli effetti delle nuove misure. Più conciliante la posizione del presidente del gruppo Unipol, Carlo Cimbri, che ha aperto alla collaborazione: “Se le richieste sono equilibrate, nessuno si tirerà indietro. Il settore finanziario contribuirà in modo importante alla manovra”.










