Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha lanciato un messaggio chiaro che potrebbe segnare una svolta nella politica estera tedesca e, più in generale, europea verso il Medio Oriente: il riconoscimento della Palestina dovrà avvenire al termine di un processo negoziale che, secondo Berlino, deve iniziare immediatamente.
Pur prendendo le distanze dal riconoscimento unilaterale annunciato dalla Francia, la Germania mostra segni di crescente impazienza verso il governo israeliano di Benjamin Netanyahu. Wadephul ha ammonito che “la Germania sarà costretta a reagire a eventuali passi unilaterali”, invocando con forza la soluzione dei due Stati.
Dopo l’annuncio del presidente francese Emmanuel Macron, nuovi Paesi si sono uniti al gruppo che punta a riconoscere formalmente lo Stato palestinese in occasione dell’Assemblea Generale dell’ONU di settembre. Portogallo e Malta hanno ufficializzato la loro adesione, mentre Belgio e Finlandia sembrano pronti a seguirli. La Svezia, dal canto suo, ha chiesto all’UE di sospendere la parte commerciale dell’accordo di associazione con Israele. A resistere resta l’Italia, con Giorgia Meloni che mantiene una linea più prudente e si prepara a incontrare il presidente turco Erdogan.
Il Canada si è unito a Regno Unito e Francia nel riconoscimento della Palestina, diventando il terzo Paese del G7 a fare questo passo. L’Australia ha dichiarato di essere in fase di valutazione. Dopo l’assemblea di settembre, il numero di Paesi ONU favorevoli al riconoscimento dello Stato palestinese potrebbe superare i 150 su 193.
Mentre cresce il fronte occidentale pro-Palestina, Israele può ancora contare sull’appoggio dell’ex presidente statunitense Donald Trump. Il tycoon ha liquidato le scelte francesi e britanniche come “premi a Hamas” e ha minacciato ripercussioni commerciali contro il Canada. Tuttavia, secondo fonti della Casa Bianca, Trump sarebbe sempre più critico nei confronti di Netanyahu, sospettato di voler prolungare il conflitto a Gaza per fini politici personali.
Intanto, a Gerusalemme si è svolto un incontro tra l’inviato americano Steve Witkoff e Netanyahu. Secondo fonti diplomatiche, si starebbe valutando un nuovo piano che prevede la liberazione completa degli ostaggi, il disarmo di Hamas e la smilitarizzazione della Striscia. Tuttavia, i contatti con Hamas risultano attualmente interrotti. Il gruppo islamista, pur dichiarandosi disponibile a trattare un cessate il fuoco, ribadisce che la resistenza non finirà finché durerà l’occupazione.
Nel frattempo, i ministri israeliani della Difesa e della Giustizia, Israel Katz e Yariv Levin, hanno rilanciato l’idea di estendere la sovranità israeliana alla Cisgiordania, una proposta già sostenuta dai ministri ultranazionalisti Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir. Una linea che va in direzione opposta rispetto agli sforzi diplomatici internazionali e che rischia di rendere ancora più remota la prospettiva di una soluzione a due Stati.
Il quadro diplomatico internazionale si fa sempre più complesso, con Israele isolata in Europa e sotto crescente pressione anche dagli storici alleati occidentali. La crisi a Gaza e la questione palestinese sembrano destinate a segnare i prossimi mesi della geopolitica globale.










