L’attacco statunitense contro siti nucleari iraniani è stato preceduto da una complessa strategia di depistaggio messa in atto da Washington e Tel Aviv. Per nove giorni, gli Stati Uniti e Israele hanno diffuso informazioni fuorvianti, come presunti dissidi tra il presidente Donald Trump e il premier israeliano Benyamin Netanyahu, con l’obiettivo di confondere Teheran e mascherare le reali intenzioni dell’offensiva.

Un esempio eclatante è stato il decollo annunciato di bombardieri B-2 verso Guam, a 6.500 chilometri dall’Iran, mentre altri B-2 stealth, evitando i radar, partivano in segreto armati di bombe anti-bunker diretti al sito di Fordow. L’operazione, perfettamente coordinata con Israele, ha smentito le voci di divisioni tra i due leader: sul nucleare iraniano, Trump e Netanyahu si sono dimostrati più uniti che mai.

Netanyahu ha definito “storica” la decisione del presidente Usa, elogiandone il coraggio e dichiarando: “Prima viene la forza, poi la pace”. Per il premier israeliano, duramente criticato per la gestione della guerra a Gaza e la questione degli ostaggi, l’intervento americano ha rappresentato una svolta. Persino gli oppositori interni hanno riconosciuto la determinazione del primo ministro nell’attaccare quella che definiscono “la testa del serpente”.

L’operazione militare, denominata Rising Lion, ha avuto un impatto forte sull’opinione pubblica israeliana, riaccendendo il consenso attorno al leader. Nessun partito dell’opposizione ha criticato l’offensiva, vista come una risposta necessaria all’incubo iraniano che da decenni minaccia Israele con il suo programma nucleare e il sostegno a gruppi come Hamas, Hezbollah e Houthi.

Anche le famiglie degli ostaggi ancora a Gaza, pur chiedendo attenzione alla loro causa, hanno espresso sostegno a Netanyahu. L’intervento Usa-Israele sembra aver segnato un punto di svolta nel conflitto, ridando speranza a una popolazione logorata dalla guerra e facendo intravedere una possibile via d’uscita dalla spirale di violenza in Medio Oriente.