Il governo israeliano affronta una nuova crisi che rischia di indebolire il primo ministro Benyamin Netanyahu, già impegnato in un’operazione militare a Rafah. Dopo il ministro della Difesa Yov Gallant, anche Benny Gantz ha lanciato un ultimatum al premier: se entro l’8 giugno non sarà formalizzato un piano d’azione su Gaza, che comprenda il futuro politico della Striscia in collaborazione con USA, UE e paesi arabi, Gantz lascerà l’esecutivo d’emergenza. Netanyahu ha risposto criticando Gantz per aver lanciato un ultimatum al governo anziché a Hamas.

Durante una conferenza stampa, Gantz ha richiesto un piano in sei punti da approvare entro poche settimane, focalizzato su obiettivi come riportare gli ostaggi, abbattere Hamas e smilitarizzare Gaza. Ha inoltre chiesto un’alleanza con Stati Uniti, UE, arabi e palestinesi per creare un’alternativa a Gaza che non includa né Hamas né Abu Mazen. Questo punto è particolarmente controverso all’interno dell’esecutivo, che vede divisioni sul futuro assetto della Striscia di Gaza.

La tensione arriva in un momento in cui le trattative per il rilascio degli ostaggi sono sospese, e proseguono intensi bombardamenti su Rafah. Le forze israeliane hanno condotto operazioni mirate, eliminando due membri di spicco della Jihad islamica e recuperando il corpo di un ostaggio, Ron Benjamin.

La situazione umanitaria peggiora, con 800.000 palestinesi in fuga da Rafah e aiuti ancora insufficienti. Mentre gli Stati Uniti cercano di evitare un’escalation del conflitto, il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan si è recato in Arabia Saudita e in Israele per colloqui, mantenendo anche canali aperti con l’Iran.