La campagna militare degli Stati Uniti contro l’Iran prosegue senza segnali di rallentamento. A una settimana dall’inizio dei bombardamenti, il presidente americano Donald Trump ha rivendicato il successo delle operazioni, affermando che l’offensiva sta andando “molto bene” e promettendo di continuare fino alla resa completa di Teheran.
Secondo il capo della Casa Bianca, i raid hanno già distrutto sistemi di comunicazione e decine di unità navali iraniane, risultati che – ha dichiarato – rappresenterebbero “un favore al mondo”. Trump ha inoltre annunciato che gli attacchi diventeranno ancora più intensi e che potrebbero essere colpiti nuovi obiettivi finora esclusi dalle operazioni.
Rafforzamento militare e terza portaerei nel Mediterraneo
Per sostenere l’offensiva, Washington ha deciso di rafforzare la propria presenza militare nella regione con l’invio di una terza portaerei, la USS George H. W. Bush, diretta verso il Mediterraneo insieme a diverse navi da guerra.
Il potenziamento della flotta conferma la volontà dell’amministrazione americana di mantenere alta la pressione sull’Iran e di prepararsi a un conflitto più lungo del previsto.
Secondo indiscrezioni provenienti da ambienti vicini alla Casa Bianca, Trump starebbe valutando anche l’ipotesi di schierare un numero limitato di soldati sul territorio iraniano. Non si tratterebbe di un’invasione su larga scala, ma di operazioni mirate per mettere in sicurezza le scorte di uranio e garantire che un eventuale nuovo governo a Teheran collabori con gli Stati Uniti, in particolare sul controllo delle risorse energetiche.
L’idea dei cosiddetti “boots on the ground” preoccupa però parte dell’opinione pubblica americana, soprattutto in un anno elettorale, per il timore di un coinvolgimento prolungato simile alle guerre in Iraq e Afghanistan.
Il presidente ha partecipato alla base di Dover alla cerimonia per il rientro delle salme dei primi soldati americani morti nel conflitto, definendoli “eroi” e promettendo di ridurre al minimo le perdite. Le rassicurazioni non bastano però a calmare i timori dell’opinione pubblica: diversi sondaggi indicano che la maggioranza degli americani è contraria alla guerra, mentre l’opposizione democratica parla apertamente di “guerra di scelta”.
Anche alcuni rapporti dell’intelligence avrebbero messo in guardia sui rischi di un attacco su larga scala contro l’Iran, ritenendo difficile rovesciare il sistema politico e militare della Repubblica islamica.
Il conflitto viene seguito con crescente nervosismo anche dagli alleati degli Stati Uniti. I Paesi europei e quelli del Golfo temono un allargamento della guerra, mentre diversi governi che hanno acquistato armi americane guardano con preoccupazione al massiccio invio di equipaggiamenti in Medio Oriente, temendo ritardi nelle consegne.
Le tensioni si inseriscono in un contesto internazionale già fragile, segnato dalla guerra in Ucraina e dalle crisi in Asia orientale, fattori che rendono il confronto con l’Iran ancora più delicato e imprevedibile.










