La violenza economica potrebbe presto essere riconosciuta come un vero e proprio reato nel sistema penale italiano. È questo il punto centrale della relazione approvata all’unanimità dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, al termine di un lungo lavoro basato su 93 audizioni.

Il documento propone di inserire esplicitamente il concetto di violenza economica all’interno dell’articolo 572 del codice penale, relativo ai maltrattamenti in famiglia. L’obiettivo è dare un riconoscimento giuridico chiaro a una forma di abuso spesso sottovalutata, ma capace di limitare profondamente la libertà e l’autonomia delle vittime.

Accanto a questa modifica, la Commissione suggerisce anche l’introduzione del reato autonomo di “controllo coercitivo”, che punirebbe comportamenti come il monitoraggio ossessivo delle spese o la gestione autoritaria delle risorse economiche all’interno della coppia. Tra le altre misure, si propone di rafforzare le tutele per chi subisce violazioni degli obblighi di assistenza familiare, ampliando l’accesso al patrocinio gratuito indipendentemente dal reddito.

La relazione non si limita all’ambito penale, ma delinea un intervento più ampio sul piano sociale ed economico. Tra le proposte figurano il potenziamento dell’educazione finanziaria e l’introduzione dell’educazione all’autonomia economica nelle scuole e nelle università, oltre alla creazione di strumenti concreti per sostenere le donne vittime di violenza. Tra questi: fondi di emergenza, agevolazioni fiscali, supporto al rientro nel mondo del lavoro dopo la maternità e sportelli dedicati.

Particolare attenzione è riservata anche al ruolo delle istituzioni e delle imprese, con l’ipotesi di introdurre obblighi di trasparenza e incentivi per le realtà più virtuose, oltre a promuovere accordi tra banche e enti pubblici per facilitare l’accesso ai servizi finanziari.

Secondo la presidente della Commissione, Martina Semenzato, la violenza economica rappresenta “la forma più subdola di violenza”, perché spesso invisibile ma estremamente efficace nel creare dipendenza e impedire alle vittime di sottrarsi a situazioni abusive. Da qui la necessità di un riconoscimento normativo specifico, che ne evidenzi la natura coercitiva.

La proposta si inserisce in un quadro più ampio di attenzione istituzionale al fenomeno della violenza di genere e mira a colmare un vuoto normativo, offrendo strumenti più efficaci di prevenzione e tutela. L’obiettivo finale è garantire alle vittime non solo protezione, ma anche la possibilità concreta di raggiungere autonomia e indipendenza economica.