LA POLITICA/ Dopo giustizia, fisco e licenziamenti torna d’attualità una emergenza “accantonata”. Sulla strada delle riforme c’è anche quella previdenziale, il ministro Orlando convoca i sindacati. Il nodo da sciogliere? Quota cento. Una polemica in più, tra i consulenti del governo c’è Elsa Fornero e la Lega insorge

Di Paolo Dordit

 

Il piano nazionale di ripresa e resilienza lo impone, dopo licenziamenti, fisco e giustizia si deve pensare anche al quadrante previdenziale. In parole povere, bisogna toccare il nodo delicatissimo delle pensioni. E  l’onere di aprire la partita è toccato al ministro Andrea Orlando, che ha convocato i sindacati. Sul tavolo, il nodo dell’ormai incombente fine della famosa quota cento. Il ministro del lavoro pone la sua attenzione anche ai giovani, che nel mercato cercano di entrare e che hanno bisogno di adeguate garanzie per il futuro. La sfida – che secondo il governo non può guardare soltanto nella direzione dell’anticipo della pensione – comprende anche un terzo elemento, la riforma degli ammortizzatori sociali. I sindacati chiedono un intervento complessivo sulla previdenza entro l’anno, partendo dalla Piattaforma unitaria presentata al Governo; i capisaldi  riguardano: flessibilità in uscita dopo 62 anni di età, 41 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica (già bocciata dai conti dell’Inps perché troppo costosa, oltre 9 miliardi a fine decennio), riconoscimento previdenziale dei lavori gravosi, rilancio della previdenza complementare, ripristino della piena rivalutazione delle pensioni e ampliamento della quattordicesima. Tanto, forse troppo. La fine di quota 100 – che ha permesso il pensionamento anticipato di 253mila persone – bussa alla porta a fine anno: la misura (almeno 62 anni di età e 38 di contributi per l’uscita anticipa dal lavoro) lascerà il posto al pensionamento di vecchiaia a 67 anni come strada principale, a parte la possibilità di uscire con 42 anni e 10 mesi di contributi. Quello che il governo tenta di fare è di restare ancorati a un approccio sul merito della questione, valutando più che altro piccoli aggiustamenti. Tra le ipotesi ventilate per il dopo quota 100, introduzione di quota 102 (sempre 38 anni di contributi con 64 anni di età), proroga dell’Ape sociale, opzione donna, rafforzamento del contratto di espansione che introduce di fatto una sorta di ‘staffetta generazionale’. Chi invece chiede maggior forza alla riforma, pensa al rischio del cosiddetto ‘scalone’ (ovvero la possibilità che tra due persone con un anno di differenza anagrafica ci possano essere cinque anni di scarto lavorativo per l’uscita).