Zelensky non è disposto ad accettare un cessate-il-fuoco con la Russia senza garanzie di sicurezza a favore dell’Ucraina, ma in novembre presenterà un suo piano di pace. In tenuta militare, pieno di energia malgrado la pressione e il ritmo incessante dei suoi appuntamenti internazionali, il presidente ucraino ha presentato ieri la sua visione in una lunga intervista al Corriere e a un numero limitato di media italiani trasmessa in diretta dal Tg1 dal Forum Ambrosetti Teha di Cernobbio.
Zelensky non intende ridurre l’intensità della difesa e delle operazioni «preventive» delle forze armate di Kiev — come quella nel Kursk — ma non chiude all’ipotesi di una pace o di una sospensione delle ostilità che includa precise garanzie per l’Ucraina da parte occidentale. Nel frattempo prepara già una conferenza per la ricostruzione, di cui ha parlato ieri proprio a Cernobbio con la premier Giorgia Meloni, da tenersi a Roma nel 2025.
In primo luogo, Zelensky ha spiegato perché ha respinto l’ipotesi di un cessate-il-fuoco che gli aveva prospettato il premier ungherese Viktor Orban in una recente visita a Kiev dopo una tappa a Mosca. Il leader ucraino ha ricordato come Vladimir Putin abbia utilizzato il cessate-il-fuoco degli accordi di Normandia del 2019 per continuare le provocazioni e gli attacchi. «Se concordiamo un cessate-il-fuoco adesso, sarà solo un altro congelamento del conflitto — ha risposto Zelensky al Corriere —. Noi vediamo bene chi sono i combattenti russi oggi, sono trattati da Putin come carne da macello. Lui sta riempiendo il nostro Paese con il sangue di milioni di persone impreparate a combattere e se noi adesso accettiamo un cessate-il-fuoco senza garanzie per l’Ucraina, Putin lo userà di nuovo per preparare una nuova aggressione. La Russia ha più persone, una popolazione più grande della nostra: non possiamo dargli questo vantaggio senza avere prima delle garanzie di sicurezza a nostro favore». Ed è chiaro che solo i sostenitori occidentali di Kiev, in particolare gli Stati Uniti, potranno fornire quelle garanzie.
Zelensky non ha voluto esprimere alcuna preferenza per l’esito della competizione nella campagna presidenziale degli Stati Uniti fra Kamala Harris e Donald Trump. Ma punta già a coinvolgere entrambi sui prossimi passi diplomatici che intende muovere. «Tocca al popolo americano scegliere il proprio futuro — ha detto il leader ucraino ieri a Cernobbio —. Ma ho avuto un’idea e gli Stati Uniti l’hanno appoggiata. Ho preparato un piano e lo voglio condividere con il presidente Joe Biden. Non si parla solo di armi, ma di condizioni importanti e internazionali. Per noi sarà importante capire quali saranno le condizioni della nostra difesa. Se avremo un pacchetto di deterrenza, questo sarà molto importante per poter mettere fine alla guerra a condizioni fondate sulla diplomazia».
L’occasione per iniziare a parlarne potrebbe presentarsi durante l’assemblea generale delle Nazioni Unite, a New York fra il 24 e il 30 settembre (benché Zelensky ieri abbia detto che non è sicuro di riuscire a partecipare). «Vorrei mostrare il piano ai nostri partner americani perché ci sono alcuni punti che dipendono dall’America e altri che dipendono dalla solidarietà degli altri partner». Chiaramente, qui il presidente ucraino pensa a garanzie militari di sicurezza bilaterali da parte degli Stati Uniti e dei principali Paesi della Nato e a un impegno occidentale per la ricostruzione. In ogni caso Zelensky ha precisato che intende mostrare il piano anche ai due candidati alla Casa Bianca, Harris e Trump. «Voglio avere una loro reazione — ha insistito — perché noi ucraini abbiamo bisogno di garanzie. Questo è un momento molto delicato e il sostegno dei nostri partner è importantissimo».
Il piano comunque, ha specificato il leader ucraino, sarà formalmente presentato da Kiev solo a novembre: senz’altro solo quando sarà chiaro che il prossimo inquilino della Casa Bianca sarà Trump o Harris. È comunque già interessante che Zelensky, pur non rinunciando affatto all’integrità territoriale del suo Paese in linea di diritto, in questa fase sottolinei soprattutto l’esigenza di avere garanzie di sicurezza occidentali come pre-condizione perché tacciano le armi.
Ieri di prima mattina il leader ucraino ha passato 40 minuti con Giorgia Meloni in una sala riservata di Villa d’Este, dove ha luogo il Forum Teha. L’incontro avrebbe potuto essere delicato, perché il governo di Roma è rimasto l’unico in Europa (ad eccezione dell’Ungheria, che non fornisce armi a Kiev) ad opporsi all’uso dei propri aiuti militari in territorio russo.
Zelensky, in proposito, ha ribadito anche ieri che intende usare le armi occidentali solo per distruggere gli aeroporti in Russia da cui partono gli aerei che bombardano il suo Paese. Ma ha dissipato i sospetti di tensioni fra Kiev e Roma. «Ad oggi non abbiamo problemi con l’Italia e nelle nostre relazioni bilaterali — ha detto —. Con Giorgia Meloni abbiamo discusso di tutti i dettagli concreti di una conferenza di ricostruzione da tenere a Roma nel 2025. Dovrà avere contenuti concreti, specifici e di interesse anche per il mondo degli affari italiano, non solo per l’Ucraina».
Il presidente ucraino ha però riservato un messaggio a quella parte dell’opinione pubblica che, in Italia e in Europa, mantiene la propria neutralità fra Mosca e Kiev o si sente piuttosto tradizionalmente vicina alla Russia. «È facile sostenere la Russia basandosi solo sulla storia delle relazioni con lei. Ma è un approccio populista, sono parole vuote. Sarebbe un po’ come essere simpatizzanti della Germania sotto Hitler perché si ammirano la storia, la letteratura o la musica tedesca del passato — ha tagliato corto Zelensky —. La Russia di Putin non è la Russia del passato che in tanti ammirano, è la Russia di oggi che ci aggredisce».
Zelensky è poi tornato a denunciare la cooperazione militare con Mosca soprattutto da parte della Corea del Nord e dell’Iran. «Il regime di Pyongyang ha fornito un milione di pezzi di artiglieria e quello di Teheran migliaia di droni d’attacco. Adesso ha iniziato a spedire alla Russia anche missili a medio raggio», ha concluso il presidente ucraino.










