/Parla il dott. Giulio Maria Ricciuto, direttore del dipartimento emergenza Asl Roma 3 e direttore del Ps dell’ospedale Grassi di Ostia

 

Di WANDA CHERUBINI

I giornali lo scrivono da settimane, la crisi dei Pronto Soccorso è esplosiva, l’influenza è partita in anticipo e con effetti micidiali, i casi crescono con progressione geometrica, l’assistenza sul territorio mostra la corda e i medici di famiglia sono in ritirata, con il picco previsto proprio sotto Natale lo spettro di un collasso del quadrante emergenza sanitaria è sotto gli occhi di tutti. E il Covid, come è noto, ancora non si è arreso. Facciamo il quadro della situazione con un medico di prima linea, il dott.  Giulio Maria Ricciuto, direttore del dipartimento emergenza Asl Roma 3 e direttore del Ps dell’ospedale Grassi di Roma.
Prima di tutto il punto della situazione…

“In generale stiamo assistendo ad un graduale aumento dei casi di influenza che ci aspettiamo sostenuto tra Natale e Capodanno. L’adesione alla vaccinazione è stata bassa con risvolti peggiori dello stesso Covid. Grazie al distanziamento ed all’uso dei dispositivi di protezione individuale per tre anni non abbiamo avuto il virus influenzale, che invece oggi si è riproposto in modo importante con il venire meno di tutte queste accortezze e che porterà, essendo un virus respiratorio, a polmoniti gravi come per il Covid”.

Come vi state organizzando con i colleghi degli altri ospedali e con i “controllorì” del sistema?

“Abbiamo già sottoscritto, non solo come ospedale Grossi, ma come rete di Malattie infettive e Ps regionali collegato ad un network di professionisti che si riunisce ogni 15 giorni,  un documento tra la Simeo e la Simit che sta per essere approvato definitivamente per affrontare in emergenza i pazienti con influenza, con Covid o per tutti e due i casi, stabilendo dei percorsi specifici, con ingresso al Ps con tamponi ad hoc che in pochi minuti rilevano la presenza del Covid, dell’influenza o di tutti e due, per poter separare i pazienti il prima possibile dagli altri.”

La situazione è molto critica. Che fare?
“Se il Ps è l’unico faro per la popolazione, questa separazione diventa complicata  e così tutti i Ps diventano un luogo a rischio di contagio. La sicurezza non passa solo attraverso i Ps, ma anche facendo capire ai cittadini che non devono recarsi al Ps con la febbre. Capisco le apprensioni per i bambini, visto che questa forma influenzale sta soprattutto colpendo i più piccoli, ma sarebbe preferibile recarsi nei Ps specializzati e non al Ps più vicino sul territorio. Per gli adulti, invece, è una follia venire al Ps con la febbre. Esistono altre strutture, più o meno convenzionate e ci sono i medici di medicina generale che possono risolvere questi problemi. Invece, la gente arriva al Ps e poi si arrabbia perché deve aspettare a lungo e così oltre a diffondere il virus, rovinano anche il clima in cui lavorano gli operatori del Ps con nervosismi che spesso sfociano in aggressioni verbali e non solo”.

Il consiglio, quindi, per chi in questi giorni ha la febbre qual è?

“Stare a casa, almeno per tre giorni, visto che l’influenza dura dai 5 ai 7 giorni.  L’influenza è una malattia severa di per sé, quindi, bisogna stare a casa, a letto, al coperto a meno che non si incappi in situazioni importanti di polmoniti”.

Avevate già considerato l’ipotesi di questa epidemia “importante”…

“Lo dissi lo scorso 17 ottobre andando semplicemente a guardare quello che era successo in Australia. Avevo previsto il picco per l’8 dicembre, ci sono solo dieci giorni di differenza. Dovevamo spingere sulla vaccinazione. Ora è tardi per il picco, visto che si è coperti dal 15esimo giorno dalla vaccinazione, ma se ci comportiamo bene, con le dovute accortezze a Natale e Capodanno, se ci vacciniamo ora si sarà coperti dal virus da gennaio e febbraio”.

Qual è al momento la situazione dei Ps?

“Abbiamo i percorsi separati nell’ambito del possibile con 50/ 70 postazioni nel Ps, che sono però occupate per i ¾ da persone che non devono stare nel Ps ma nei reparti e che sostano nel Ps per mancanza di posti letto. Il vero cancro dell’assistenza in emergenza è il boarding. La mancanza di posti letto è atroce per il paziente che aspetta il suo reparto e non è carico dello specialista di riferimento, ma del medico d’emergenza che è obbligato violentemente a seguire i pazienti per giorni in una condizione vergognosa. Gli operatori stessi, per questa situazione, sono sovraccarichi di lavoro. Tant’è che questa è una delle motivazioni principali per la quale i medici se ne vanno non essendoci più dignità professionale. La nostra disciplina parte dall’ambulanza ed arriva alla terapia subintensiva. In alcune regioni devi scegliere se fare ambulanza o Ps e questa è una follia che genera mostri, perché genera medici che non si capiscono l’uno con l’altro e non fanno squadra perché sono su diverse amministrazioni. Nessun professionista deve scegliere quale pezzo di specializzazione fare, noi si.  Siamo l’unica specializzazione poi ad essere violentata, come dicevo prima, a fare altro. Volevamo essere grandi medici d’urgenza ed, invece, siamo piccoli specialisti e questo ha generato i favolosi reparti fantasma”.

I dati che vengono dal campo sono veramente allarmanti, dobbiamo preoccuparci?

“Ci sono al momento 850 persone nel Lazio in questa situazione, che sostano nei Ps per entrare nei reparti a loro dedicati. Ma siamo arrivati anche fino a poco tempo fa ad oltre mille pazienti nei Ps che occupano i ¾ delle postazioni. Quindi, quando sento dire che ci sono 60 ambulanze bloccate dico che è un miracolo che siano solo 60 in questa situazione! Quindi i posti letto fanno la differenza perché la letteratura sul sovraffollamento non esiste in Paesi che hanno un numero di posti letto sopra al 4,5 per mille abitanti. Con il decreto 70, che è stato riconfermato, noi siamo a 3 posti letto per mille abitanti, ma in realtà siamo anche al di sotto di questa soglia perché non c’è personale. Il fallimento della sanità quotidiana è totale perché non ci sono posti letto”.

Ma  non esistono degli indicatori standard? I Lea ne comprendono uno che contempla anche i tempi di arrivo delle ambulanze

“E’ un indicatore non affidabile finchè non avrà dentro un numero di indicatori paragonabile alla vita di tutti i giorni, ad esempio la permanenza del paziente nei Ps. Come medici di Emergenza siamo uniti con Cittadinanza attiva ed abbiamo steso un protocollo con la Regione perché la situazione è drammatica. Il primo “Barella day” lo facemmo nel 2009 e dopo 14 anni la situazione è allo sbando totale. La Regione, dopo averci firmato quel protocollo, ha adesso inviato un piano di gestione al sovraffollamento discretamente corretto, ma da applicare, altrimenti è una presa in giro. Va declinato esattamente come è scritto e cioè, come scrive la direzione generale salute, che dopo 12 ore di permanenza al Ps i pazienti da ricoverare devono essere presi in carico dagli specialisti dei reparti, preferibilmente in area separata dal Ps. Ma al riguardo ci sono state già delle resistenze di molti specialisti che non accettano l’idea di prendersi in carico pazienti che non siano dentro il loro reparto. Ma la letteratura parla chiaro: se rimangono nel Ps la prognosi di questi pazienti peggiora e così rende vano il nostro tentativo di salvare loro la vita. Quindi, è necessario che vengano presi in carico dagli specialisti di riferimento, che dovranno lavorare anche loro un po’ di più. Fortunatamente alcuni direttori generali più illuminati stanno cambiando le cose come dice il piano. La dottoressa Milito con la Donetti, Quintavalle e Frittelli sono i più illuminati in assoluto”.

Parliamo della carenza di personale

“Per mancanza di dignità professionale, mancanza di vita privata e poi le aggressioni verbali e fisiche a cui il personale è sottoposto. La sicurezza è molto poco garantita ed al riguardo ci deve essere il reintegro del posto di polizia che deve tornare in tutti i Ps. Se qualche operatore viene picchiato questo sarà segnato a vita perché un medico non è uno della banda della Magliana. Si distrugge così un operatore e non ci sarà nessuno che potrà sostituirlo. Se andiamo avanti così finiremo per chiudere i Ps visto che tra l’altro nella nostra regione c’è un’emergenza di codice 1 e 2 ogni 90 secondi! E’ molto probabile che il problema da ordine sanitario diventi di ordine pubblico e ci siamo vicini. Ora si sta cercando di mettere le pezze a questa situazione molto grave. Chiediamo anche che sia l’azienda a prendersi la responsabilità totale di eventuali errori colposi di medici ed infermieri vista la situazione in cui siamo costretti a lavorare. Dal punto di vista poi remunerativo, se alla popolazione serve il Ps ed al momento ad operare siamo in pochi, è necessario che l’azienda ci paghi molto di più perché altrimenti gli operatori ci mettono poco ad andare in altri reparti ed a svolgere la libera professione.

Carenza di vocazioni?

Siamo una razza in estinzione, ma tremendamente necessaria. La crisi della scarsa attrattività si vede nei posti di specializzazione dove il 53% dei posti messi a disposizione resta vuoto. Non c’è più nessuno che viene a fare i concorsi. La medicina d’urgenza sta scomparendo. Il primo passo sarà probabilmente unire gli ospedali chiudendo i reparti per far scendere da noi gente né motivata, né capace. Ma pare che vogliano risolvere tutto con le case di comunità, che troveranno immediatamente migliaia di medici ed infermieri che risolveranno tutti i problemi. A chi crede in ciò suggerisco di abbonarsi al canale Disney! In queste case di comunità non c’è nessuno da mettere dentro, è una speculazione edilizia, poi per gli ospedali di comunità neanche a parlarne. Non ci sono neanche i soldi perché il Pnrr è edilizio, non c’è un erario per il personale. Con il 6,2 del Pil quale sanità si può fare se non quella privata? E’ una situazione drammatica che noi denunciamo da anni inascoltati da chi lo fa ingenuamente o in mala fede. Tutti a suonare l’orchestrina del Titanic senza rendersi conto di quello che sta succedendo. E’ da 20 anni che si dice di fare sanità del territorio, ma io finora ho visto solo distruggere ospedali ed ora in due anni ci vuole la bacchetta magica per far diventare i territori meravigliosi con le case di comunità”.

La situazione è così ovunque?
“In Emilia Romagna mettendo ambulatori ovunque gli accessi al Ps sono aumentati. Succede perché in questi ambulatori trovi un bambino neo laureato che manda i pazienti al Ps. Non c’è nessuna prova scientifica che gli ambulatori che chiamano “filtro” possano evitare gli accessi al Ps. Il territorio deve far stare la gente in buona salute a lungo e gli ambulatori devono visitare i pazienti prima che diventino cronici. I medici di medicina generale devono saper svolgere il proprio ruolo. Noi medici d’urgenza stiamo salvando questa regione perché siamo gli unici ad aver sensibilizzato tutti ed abbiamo fondato un consiglio direttivo, facendo un piano per il sovraffollamento nei limiti del possibile”.

Ci sono delle responsabilità oggettive per tutto questo?

“Stiamo in questa situazione drammatica per colpa della Regione che non ha evitato che gli ospedali più piccoli, di periferia si desertificassero a vantaggio dei più grandi, evitando di fare concorsi ad esempio per il Gemelli, il San Giovanni, il San Camillo. Invece hanno autorizzato tutti a fare i concorsi ed è stata una follia. Si doveva fare, invece, uno studio epidemiologico al termine del quale, con tristezza, il disagio doveva essere distribuito tra tutti i cittadini e gli operatori. L’accesso doveva essere evitato ad alcuni ospedali per quanto riguarda alcune specialità. Vogliamo chiudere gli ospedali fuori le cinta così sappiamo che dobbiamo lavorare tutti al Gemelli o al Santo Spirito o al San Giovanni? Ci stiamo arrivando a questo.. si vede che vogliono così”.