La ricreazione è finita, gli alleati rissosi e gli avversari aggressivi tornano all’ovile di Palazzo Chigi se non con la coda tra le gambe con una serie di problemi irrisolti da far decantare per un po’. Mario Draghi esce rafforzato da questa tornata di amministrative che ha rimesso in ordine i valori in campo. Salvini ha i suoi guai, Giorgetti sorride, la Meloni non ha sfondato, i cinque stelle rimasti hanno le orecchie basse. C’è solo Enrico Letta a fare sventolare il bandierone, ma il premier sa di poterlo mettere seduto con uno sguardo. Non ci sono state spallate, eventi clamorosi tali da mettere in pericolo il governo. L’’allontanamento degli elettori dalla destra estremista e dal sovranismo populista rappresenti un sostegno al governo e alle misure messe in atto per contenere la pandemia e far ripartire il Paese. Ad essere puniti dal voto sono stati soprattutto i partiti che in modi diversi si sono messi di traverso rispetto all’azione dell’esecutivo. Il taglio delle estreme, con il ridimensionamento di Lega e del M5S e delle aspirazioni di FdI, rappresenta un’implicita spinta per una rapida attuazione del pacchetto delle riforme – a cominciare da quella fiscale – confermando lunga vita al governo Draghi.

Dunque Supermario dopo aver lasciato a tutti i ministri il giorno libero è già ripartito con cabina di regia e consiglio dei ministri. I ballottaggi potranno portare Roma al centro destra, ma non sposteranno di molto gli assetti complessivi. L’appuntamento elettorale non ha mutato l’agenda del presidente del Consiglio che aveva già post-datato il timing di alcune riforme proprio per evitare che finissero nel frullatore della propaganda. Su Piazza Colonna aleggia lo spettro del green pass, questione emotivamente irrisolta, ma Draghi ha altro da pensare. Ci sono tre ministri in ritardo con i loro compiti, quello sì mette in ansia il premier, l’Europa non aspetta altro per metterci in difficoltà e bisogna fare in fretta quello che alla classe politica italiana riesce storicamente più difficile, produrre risultati. Draghi è bravissimo nello slalom tra le paturnie degli alleati e il risultato elettorale  di fatto gli concede qualche margine di manovra in più non solo nella scrittura delle deleghe della riforma fiscal, ma anche nella stesura della legge di Bilancio, appuntamento classico di questo periodo che mette in scena il consueto assalto alla diligenza dei partiti.