Di Ugo Quaranta

Prima la vicenda, ridotta a fumetto rosa, di Manuel Bertuzzo, poi la storia rapida e confusa di un grande dei nostri tempi ignoto alle grandi cronache, Antonio Maglio. Nel giro di pochi giorni la Rai ha bruciato due grosse occasioni di svolgere fino in fondo il suo ruolo politico e formativo nei confronti della popolazione televisiva. Avrebbe potuto spiegare, far riflettere opinione e mass media sulla realtà che fa da sfondo ai due personaggi. Il denominatore comune dei percorsi umani dei due protagonisti doveva essere la disabilità indotta e il modo di uscirne, le due fiction volevano lanciare un messaggio, un segnale positivo, ne è uscito complessivamente un discreto prodotto ma con poca sostanza. Ed è un vero peccato, perché la materia c’era e gli italiani hanno un disperato bisogno di buoni sentimenti, di storie andate a buon fine, di eroi positivi. Gli autori hanno forse avuto paura di presentare la materia in modo troppo duro, troppo aspro e diretto, hanno fatto torto agli spettatori sottovalutando la loro maturità rovesciando loro addosso litri di melassa. Le due storie sono crude, rappresentano in qualche modo l’uno il seguito naturale dell’altro, ma senza una spiegazione, senza una riflessione pre e o post restano cristallizzate e non convincono. La durezza e la imprevedibilità terribile della vita che taglia (e non metaforicamente) le gambe ad una giovane promessa dello sport e che tuttavia offre una via d’uscita  grazie ad una serie di fattori fortunati. La disabilità, l’handicap fisico sono realtà, sono gestibili entro certi limiti oggi, le opzioni di Manuel non sono certo quelle, vicine allo zero che si trovavano ad affrontare i pazienti del dottor Maglio, un gigante, un innovatore, ma le dinamiche sono le stesse. La società faceva e fa pochi sconti ma i tempi sono cambiati. In meglio.
Le due storie sono incompiute, non finiscono e non ci sono spiegazioni: ma soprattutto manca quello che è accaduto in mezzo, quella evoluzione sociale e normativa  nei costumi e nell’approccio dell’opinione  pubblica italiana che ha portato in sessant’anni  a rendere possibile la favola a (quasi) lieto fine di Manuel Bertuzzo. Nella fretta di cucire addosso ai protagonisti una storia appetibile e di mettere tutto e il contrario di tutto in poco più di un’ora di fiction si sono persi particolari importanti. In sostanza si sono state privilegiate le “storie” – un grosso limite della Tv – alla sostanza, al motivo profondo per cui le due storie venivano presentate. Troppi passaggi rapidi e confusi, troppe cose date per scontate ma nella sintesi della fiction risultate quasi incomprensibili. E torniamo alla lezione e alla occasione perse. Riassumiamo. Una intuizione di Antonio Maglio portò negli anni Sessanta prima ad uno spiraglio nella vita di soggetti costretti nell’angolo dalla loro disabilità poi alla codificazione, ad una certificazione di un percorso di rinascita, di ritorno alla vita sociale grazie alla riabilitazione integrata allo sport.
Ci sono voluti anni, ma la consapevolezza di sé e l’autonomia conquistata attraverso lo sport ha riconsegnato alla società un numero infinito di uomini e donne. I progressi della medicina, della scienza, della tecnologia hanno fatto miracoli, la struttura inventata da Antonio Maglio a Ostia, il mitico Cpo continua a riabilitare paraplegici e oltre le Olimpiadi del 1960 c’è una incredibile storia di crescita di sport disabili e di riabilitazione che conduce alle Paralimpiadi odierne. In mezzo ci sono i contributi di eccezionale importanza sul piano della neuroriabilitazione di una struttura comela Fondazione S.Lucia di Roma (dove Maglio si trasferì passando il testimone dello sport disabili ad un altro uomo illuminato, Luigi Amadio) e i risultati della rivoluzione sociale che ha tolto i portatori di handicap dal ghetto. La tragedia che ha sconvolto la vita di Manuel si colloca a valle di questo processo di crescita collettiva. Nella disgrazia il giovane veneto ha avuto il coraggio e la fortuna di poter gestire la propria disabilità. Ha avuto sostegno, aiuto, tecnologia, le mille opzioni di una medicina e di una riabilitazione lanciata nel terzo millennio. Tutto questo poteva essere spiegato, raccontato senza nulla togliere al sentimento, all’enfatizzazione della storia d’amore, del fumetto. Gli autori non hanno colto, forse nessuno li ha messi sull’avviso, nessuno ha avanzato il suggerimento giusto. Entrambe le fiction finiscono nel nulla, con conclusioni aperte, sospese. Peccato, si sono perse delle buone occasioni per far crescere l’opinione pubblica italiana. Per aiutare sul serio tante persone che si trovano nelle condizioni di Manuel e dei pazienti di Antonio Maglio e non  sanno come uscirne.