di Giulio Terzi

Agghiacciante nella sua semplicità. “Guerra Ucraina-Russia, la diretta”. Lo si legge nei titoli dei giornali che nella loro edizione web aggiornano sull’evoluzione della crisi, minuto dopo minuto. Immagini drammatiche, ma sembra si tratti di una partita di calcio, quel trattino tra i nomi del suo paese non evoca altro; manca solo il punteggio; i toni concitati, i collegamenti sono quelli della “diretta” sul fatto del giorno, pathos compreso.  La partita, la competizione c’è, in realtà, e non è sportiva. Non parliamo della guerra vera, con i morti, le distruzioni, le lacrime. Ma di quella che si è scatenata tra i network televisivi, tra i tg delle diverse testate, tra i talk di approfondimento, tra i contenitori popolari del mattino e del pomeriggio. Sembra una gara a chi trova la testimonianza più sconvolgente, la “storia” con maggiore effetto. E’ guerra sulle immagini, sui retroscena, sulle anticipazioni sui commentatori. E’ sgradevole dirlo, ma vista così sembra tutto un gioco. E c’è anche il punteggio, alla fine, perché c’è sempre qualcuno che dà un voto, un gradimento, un giudizio su “come” i diversi soggetti stanno trattando la crisi ucraina. Il direttore più convincente, l’ospite che “buca”, la polemica che non manca mai. Poche voci “contro” in un panorama compatto che quasi si accapiglia per un primo piano.
Quasi non ci si rende conto del punto limite attraversato. Non c’è altro, non si parla d’altro, la pandemia non è risolta ma accantonata, la politica è in stand-by. Non si giudica nemmeno l’atteggiamento del governo e dei partiti, si mette tutto nel frullatore e via. A vedere l’effetto che fa sula opinione pubblica. Che preoccupata sta psicologicamente preparandosi al peggio. Sembra che agli ottimisti sia precluso il picccolo schermo, in questo momento, e anche gli atteggiamenti, i toni di circostanza, non nascondono a volte il compiacimento di essere arrivati per primi a mostrare volti e immagini della tragedia.
Staccarsi da questa realtà è difficile, il ruolo di comunicazione e di educazione dei media è travisato e messo da parte, non ci si capisce nulla e il cittadino, spettatore, ha di fronte squadre di esperti che raccontano e spiegano tutto, di tuttologi pronti a far commuovere. Ma spiegazioni chiare, didattiche no, quello non lo sa o non lo vuole fare nessuno. E’ il vezzo perverso del nostro sistema mediatico, incapace di equilibrio, totalmente autoreferenziale, di fatto dannoso. Liberarsene è impossibile, gli anticorpi ognuno se li costruisce da sé, se vuole e se ci riesce. Avevamo appena fatto a tempo a metabolizzare, a convivere con la pandemia, con il green pass e dintorni. Ora non sappiamo quanto questa situazione da incubo ci accompagnerà e fino a che punto. Ma se riusciamo a staccarci dall’inevitabile coinvolgimento emotivo, dalla retorica, dall’enfasi e vedere le cose con un minimo di freddezza non possiamo non rimanere sconcertati. Negli ultimi decenni le guerre ci sono state e sono state raccontate, documentate. Ma l’Irak ci appariva lontano, non c’era un inviato dietro ad ogni duna, e l’Afghanistan ci appare addirittura lunare per distanza e impatto mediatico. Ora la guerra ce l’abbiamo quasi sotto casa, e la presenza russa e ucraina nel nostro paese è forte. Ci stiamo preparando anche ad accogliere i profughi, in nome della nostra storica solidarietà. I media avranno tutto il tempo di raccontare un’altra “partita”.